O su-sl [sottoterra] (2004)

Pinter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tratto dal Calapranzi di Harold Pinter

drammaturgia e regia: Juri Piroddi

con:
Silvia Cattoi [Gus]
Yap Sun Sun [Ben]

foto di scena: Juri Piroddi e Andreas Pamperl


Ci troviamo in una stanza con due persone e una porta che si apre sull’ignoto. Due personaggi in uno sporco seminterrato (Ben e Gus), sono stati assoldati come killer da un’organizzazione misteriosa affinché vadano in giro per il paese a uccidere persone di cui ignorano ogni cosa. Viene dato loro un indirizzo e una chiave e viene detto loro di attendere le istruzioni; prima o poi la vittima arriva, la uccidono e se ne vanno; non sanno che cosa avvenga in seguito:

Gus: …E quando noi ce ne siamo andati chi è che ripulisce?... Sono curioso di saperlo. Chi mette in ordine?... O forse lasciano tutto così com’è... Dici che li lasciano lì così... eh? Tu cosa credi ?

* * * *

“La sorpresa”
di Juri Piroddi

Ho conosciuto Harold Pinter a Londra nell’estate del 1989. Lavoravo come cameriere a “La sorpresa”, un ristorante italiano del sobborgo di Hampstead. Beh, italiano per modo di dire, visto che il padrone era greco-cipriota e ci lavoravano pure alcuni portoghesi, un venezuelano, uno spagnolo ecc. Comunque, il cuoco era siciliano e non mancavano calabresi, campani e una nutrita pattuglia di sardi… Insomma, gente proveniente un po’ da ogni parte – ma rigorosamente nessun inglese. Ero capitato proprio nel posto giusto per imparare la lingua!
Pinter veniva a pranzare da noi quasi tutti i giorni, aveva preso accordi col padrone e così pagava il conto solo alla fine del mese (quando si ricordava), come nelle trattorie di un tempo. Si sistemava ogni volta più o meno allo stesso tavolo, entrando sulla sinistra, vicino alla vetrina, dove c’era più luce. Aveva con sé sempre qualcosa da leggere: un libro, delle riviste, più spesso un copione, per accompagnare i due o tre aperitivi che ingannavano l’attesa dei piatti. Ricordo di averlo visto mangiare in compagnia di qualcun altro solo due o tre volte. Mi avevano detto che era un drammaturgo famoso, all’epoca però non mi interessavo per nulla di teatro (forse non è così vero, dato che passavo quasi tutti i miei pomeriggi liberi a osservare gli artisti di strada a Covent Garden e le notti al “Ronnie Scott’s” a sentire il jazz).
“La sorpresa” era un bel ristorante e niente di più – nulla di lussuoso o di romantico – un locale senza troppi fronzoli: è probabile che fosse semplicemente il luogo più vicino dove poter mangiare. Unici diversivi: il venerdì e il sabato sera le feste di compleanno o d’addio al celibato col solito, scontato, spettacolino di spogliarello da quattro soldi con ragazze già attempate e un pochino flaccide che irrompevano nel locale, magari travestite da poliziotte; e la domenica a mezzogiorno i raduni delle famiglie ebraiche provenienti da Goldersgreen, con sciami di bimbi scatenati a imbrattare gli specchi e i passamani d’ottone che poi io avrei dovuto ritirare a lucido. “La sorpresa” occupava un’intera palazzina vittoriana di quattro piani, più un seminterrato, the basement. La sala stava nei due piani più bassi, la cucina era in alto. E così i piatti arrivavano giù attraverso un portavivande – il calapranzi, the dumb waiter – che, come un grosso tubo digerente, inghiottiva il cibo e risputava in alto piatti e vassoi vuoti o devastati, per la delizia dei washing-up. Da un piano all’altro si comunicava urlando dentro a un tubo con l’imboccatura di ottone: il portavoce. Che delizia di fraintendimenti, fra la babele di lingue e i potenti mezzi a disposizione del personale!
Tutti questi elementi li ho poi ritrovati leggendo The Dumb Waiter.
Non so se alla fine degli anni ’50 (il testo è del 1957) “La sorpresa” ci fosse già o se in precedenza l’edificio fosse occupato da un ristorante inglese – così come ignoro se oggi al suo posto non ci sia qualche take away cinese o indiano. So solo che leggendo la pièce di Pinter ho ritrovato un luogo preciso, allo stesso tempo concretissimo e simbolico (ma senza simbolismi), claustrofobico e aperto alla sospensione del senso. Forse è per questo che sono stato attratto da questo testo e che ora, per molte e diverse ragioni (che qui tralascio perché preferisco che sia lo spettacolo stesso a parlare), ho deciso di "togliere di scena", come usava dire Carmelo Bene.

Perché nessuno ci ha avvertiti che il nostro cuore ha smesso di battere da molto tempo?