Sa pinna 'e scrarža (2008)

mameli

Esito finale del laboratorio teatrale condotto da Juri Piroddi

testi di Giacomo Mameli e Egidio Castiglia

con: Gianni Cabitza, Fiorenza Caddeo, Tonino Cadoni, Giuliana Lai, Mario Lai, Anna Mameli, Raffaele Martena, Caterina Moi, Katia Mura, Caterina Moi, Olga Prasciolu e Marcella Puddu

Il punto di partenza nella creazione di questo evento finale in forma di spettacolo, è stata La relazione sulla straordinaria amministrazione del Comune di Perdasdefogu redatta dal Commissario regio Rag. Egidio Castiglia nel 1908, al termine di cinque mesi di amministrazione straordinaria (dal 1 luglio al 24 novembre). Vi si ritrova un fotografia, scattata esattamente cento anni or sono, delle condizioni socio-economiche del Comune di Perdas: la mancanza di strade, di elettricità, di medico condotto, di levatrice, di presidio farmaceutico, di fontane da cui poter attingere acqua potabile, l’insalubrità delle abitazioni e delle aule scolastiche, l’estrema e – per noi, quasi inimmaginabile – povertà generale, le finanze comunali dissestate dopo anni di cattiva amministrazione, la devastazione del territorio operata da imprenditori senza scrupoli che depredarono sughero e legname.

Altro riferimento fondamentale lungo il percorso laboratoriale è stata la raccolta di testimonianze intitolata La ghianda è una ciliegia (edizioni CUEC, 2006) del giornalista e scrittore foghesino Giacomo Mameli: ricchissima riserva di storie, colori, sapori e personaggi che hanno abitato Perdas dagli anni Venti al Secondo Dopoguerra. L’autore è stato capace, nelle pagine di questo riuscitissimo libro, di dare voce ai senza-parola, agli ultimi, a coloro che “subiscono” la Storia. “Ne viene fuori una galleria straordinaria di uomini e di fatti. Una specie di Spoon River sardo” (così Giuseppina Fois nella sua Postfazione).
Un serbatoio quasi inesauribile dal quale attingere per un lavoro che ha voluto indagare il senso di appartenenza ad una comunità un po’ particolare, segnata da vicende anche singolari se rapportate a quelle di altri centri ogliastrini (le miniere, il Poligono Interforze, il parco eolico…).

Il laboratorio ha dunque avuto come baricentro un’indagine sull’identità. Perché penso che l’identità vada interrogata e praticata. Perché l’identità è fatta dalla memoria: noi siamo noi stessi perché ci ricordiamo di essere noi. E quando non ce ne ricordiamo più, abbiamo perso la nostra identità, non sappiamo più chi siamo (e allora sono gli Altri a definirci). Quindi anche la trasformazione, quello che stiamo diventando adesso, giorno dopo giorno, fa appello alla memoria. Penso che solo attraverso la memoria si possa affrontare efficacemente il futuro che ci attende.