Il ponte

Addio a Monicelli

«Ma lui non è mai stato vecchio».

L'ultima volta che ho sentito Mario Monicelli risale a poco meno di un anno fa. Quando risposi al telefono e capii che era lui non nego di essermi messo quasi sull'attenti (si fa per dire). Lui si scusava di non poter partecipare, come d'accordo, alla presentazione di un mio libro, del quale generosamente aveva firmato la prefazione. Che a novantaquattro anni suonati, con un bel po' di acciacchi, Mario Monicelli potesse non essere presente per motivi di salute a un appuntamento pubblico l'avevo messo in conto. Ciò che mi sorprese fu che ritenesse di "scusarsi" personalmente. Ma di che cosa si doveva scusare poi? Di una disponibilità che rasentava l'eroismo civile, a un'età in cui normalmente i vecchi stanno davanti alla televisione con la coperta sulle ginocchia? Il punto è che Mario Monicelli non è stato mai vecchio. E' arrivato a novantacinque anni senza essere vecchio. E' questo che non sanno coloro i quali si sorprendono del fatto che a questa età si sia tolto la vita.

Quando lo conobbi a casa di Mojmir Jezek, alcuni anni fa, lui si intrattenne in conversazione con me - stenterete a crederlo, ma è così - mostrando grande interesse sulle mie vicende sentimentali, e le mie complicazioni matrimoniali. E questo mi sembrò stupefacente perché allora Monicelli aveva superato abbondantemente i novanta anni. Ebbene, a quell'età era ancora curioso del mondo e disposto ad ascoltare una persona che non aveva mai visto prima, che non era portatrice di interessi, che non chiedeva nulla se non l'attenzione di un (grande) uomo incontrato per caso.

Io credo che la forza di questo maestro sia stata proprio questa. Terenzio diceva: «Sono un uomo e tutto ciò che è umano mi interessa». Questo principio è stato per Monicelli una specie di Vangelo laico. Avvertito però non come un semplice manuale d'uso della vita, ma come una verità profonda, profondissima. La verità che lo ha portato a vivere esprimendo il massimo di individualismo insieme al massimo di apertura nei confronti delle vicende del mondo. Volete avere una dimostrazione di questo? Compratevi un dvd de "La grande guerra", staccate i telefoni, isolatevi per una volta e (ri)guardatevelo con attenzione, capirete tutto o per lo meno molto di quest'uomo.

Devo dire che quando ho saputo delle modalità della morte del grande maestro non mi sono meravigliato. Oltre che medico, sono geriatra e ho avuto il privilegio di dare qualche consiglio a Monicelli. Le circostanze fortunate (per me) delle nostre conversazioni mi convinsero del superiore ingombro di un carattere indomabile e ribelle che mal si conciliava con qualsiasi tipo di rassegnazione. Mario Monicelli non era un tipo disposto a campare subendo assistenze invasive e sostitutive della propria volontà. Era un uomo scontroso, dolcissimo, civilissimo, comunista (si vantava pubblicamente di esserlo), non credente e indomito che, oltre a incitare i giovani alla rivolta, sacrosanta rivolta, viveva sulla pelle l'imperativo morale di non essere servo di nessuno, nemmeno delle attenzioni professionali di infermiere e di infermieri.

La sua coerenza è stata cristallina, perfino esagerata per chi come tanti di noi gli voleva bene. Tant'è, Monicelli non era un uomo che apprezzasse i chiaroscuri. Il suo sguardo ti paralizzava prima di capire se e in che modo avevi sbagliato. La sua arte lo rende immortale. La sua vita ha deciso lui come finirla. Non possiamo che salutarlo a pugno chiuso (magari tenendo la mano dentro la tasca, per evitare di infastidirlo con gesti troppo clamorosi).

di Roberto Gramiccia, su Liberazione del 02/12/2010

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«Macché commedia. Lui era oltre» | intervista di Tonino Bucci a Citto Maselli

Lo hanno definito esponente della commedia all'italiana. Non è un giudizio riduttivo?

E' un'etichetta che gli sta stretta. In tanti hanno scritto e stanno scrivendo veri e propri saggi sulla personalità e sulle opere di Mario. Vorrei far notare che i suoi film spesso andavano oltre ogni definizione di comodo. Film come I compagni o come la stessa Grande guerra centrano tematiche e metafore estremamente complesse, degne, appunto, di una personalità e di una cultura di grande rilievo fra gli intellettuali italiani di oggi. Mi piace ricordare in tutti i suoi film la meravigliosa cura delle immagini e dei paesaggi espressivi - spesso in modo decisivo - del senso stesso dei suoi film. Penso alla terrazza dei Soliti ignoti e al preciso Medioevo dei paesaggi dell'Armata Brancaleone. In questo senso Monicelli si distingue da tutti gli altri registi nel genere della commedia. E poi si circondò di sceneggiatori validissimi, come Age e Furio Scarpelli.

Un toscano schietto e senza peli sulla lingua. Ci ha preso tutti in contropiede...

Come uomo e come amico il vuoto che mi lascia è soprattutto quello del suo spirito laico ironico e autoironico, al limite della cattiveria ma senza mai cadere nell'astio o nella volgarità. Era davvero unico, Mario. Perfino quando scelse, per il film collettivo su Genova 2001 che ebbi l'onore di coordinare, di girare tutto il settore dei religiosi e in particolare delle monache che parteciparono alle manifestazioni.

E il Monicelli militante?

Non solo a quel film collettivo, ma anche a quello che girammo in tanti in Palestina, Mario aderì e lavorò con vero entusiasmo e straordinaria "disciplina". Così come il suo iscriversi a Rifondazione comunista e il suo essere sempre e incondizionatamente vicino alle nostre lotte e iniziative, il suo andare all'Eutelia come a L'Aquila, testimoniano di una tensione intellettuale e morale sempre più unica oggi (...). L'altro insegnamento che insieme a Gillo Pontecorvo ci lascia è quel non prendersi mai troppo sul serio e una profonda umiltà di fatto in tutti i suoi comportamenti.

 



Scritto da Roberto Gramiccia e Citto Maselli| Articolo postato il 03-12-2010
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