Il ponte

I padroni fra gli operai e i giornalisti

Rischio di essere prevenuto e ideologico se dico che mi è sembrata davvero eccessiva la differenza d’attenzione dimostrata dai nostri giornali alla questione della libertà di stampa e a quella della condizione operaia?

Sì, di Pomigliano hanno parlato tanti, caso lampante del ricatto di un sistema economico prima ancora che politico su quella che è stata la base della sua affermazione e che forse, con il fallimento evidente (e ahinoi prevedibile) della nuova economia e della finanziarizzazione dell’economia, potrebbe tornare a esserlo...

Naturalmente, come al solito, capita a me e ad altri di scandalizzarmi meno per quel che fa la destra, partendo dalla convinzione che è il suo peccato mortale quello di finire sempre per stare dalla parte dei prepotenti, dei “padroni”, che per quel che fa la sinistra, o ciò che ne rimane, nelle sue ceneri inerti.

“Padroni” è una parola antica e sempre nuova, come antica e sempre nuova è la parola “compagni”, ma ci saranno certamente i quaranta-cinquantenni di successo all’interno delle logiche che una presunta sinistra ha scelto di darsi negli ultimi decenni che, così come si sono scandalizzati per l’uso della parola compagni da parte dell’avventato Gifuni, si scandalizzeranno per l’uso di una parola così fuori moda come padroni. Ma proprio di questo si tratta. I padroni, poi, sono una categoria limitata ma assai bene insediata – una parte minima della popolazione che controlla la quasi totalità delle ricchezze, e con i soldi e la pubblicità ricatta i mezzi di comunicazione di massa, in perfetta sintonia con i politici che esprime, quelli che sono padroni in proprio e quelli che sono al servizio dei padroni. E il denaro, si sa, è lui a guidare le sorti del mondo.

Ci sono momenti della nostra storia in cui è d’obbligo fare i moralisti, e questo è, mi pare, uno di quelli, a cavallo tra un trentennio di cedimenti e il probabile riaprirsi di un’era di conflitti. La storia, la nostra storia, procede per periodi di calma e periodi di febbre, e ho la sensazione che la calma, la tregua, la stasi stanno per finire. Per questo è necessario, credo, riaprire discorsi generali, di fondo. E quello della condizione e dei diritti degli operai è un tema importante quanto quello della libertà d’informazione. Però l’informazione, quando è colpita sul vivo, reagisce indignata e si batte santamente e chiede solidarietà. 

Due dubbi restano: che l’informazione abbia accettato negli ultimi decenni cose inaccettabili (le logiche dei padroni, le logiche di pagava e chiedeva in cambio moltissimo e aveva i soldi per farlo), e che invece di procedere per inchieste dirette proceda oggi, sui temi più scabrosi del funzionamento di questo sistema, per informazioni che le vengono da magistrati e altre fonti, dalle altrui intercettazioni. I giornalisti difendono se stessi e un modo di lavorare che non è sempre quello ideale. Hanno voce, molta voce, e fanno bene a farsi sentire perché l’attacco di cui sono oggetto riguarda quel che rimane della democrazia e della libertà, né più né meno, e può portare a ben peggio.

Gli operai non contano più molto, da molto tempo, anche se cominciano ad avere chiara coscienza della loro sudditanza e si stanno svegliando.

Rinaldo Gianola ha raccolto le sue inchieste sulla condizione operaia (Diario operaio, Ediesse) che consiglio a tutti di leggere, soprattutto ai giornalisti e ai professionisti dei media. Gli operai sono circa sette milioni, dice, di cui almeno la metà impiegati nell’industria manifatturiera. Ma quali sono le loro condizioni di vita e, per esempio, che differenza c’è tra le loro retribuzioni (la busta paga, la cartella delle tasse) e quella di un giornalista di qualche successo? Non è delicato parlare di queste cose, sostiene qualcuno, per esempio di quanto guadagnano certi nomi della sinistra (certi politici giornalisti scrittori sceneggiatori – si vedano su questo le “confessioni” di Starnone in Fare scene, minimum fax, che non è dei meglio pagati – e parenti e affini e collaterali) ma al dislivello tra le loro paghe e quelle degli operai corrisponde perfettamente l’attuale crisi della sinistra: questo dislivello può spiegare, rozzamente ma efficacemente, da cosa nasce la sua crisi.

Il primo scandalo è questo: la presenza di un’oligarchia miliardaria, finanziaria e politica. Essa vuole una comunicazione sottoposta ai suoi interessi. Contro questo è fondamentale ribellarsi, ma senza dimenticare lo scandalo, nato dal trionfo di quella oligarchia, di una classe operaia e produttrice spinta ai margini della società, quotidianamente derubata, violentata, spossessata della sua identità (anche grazie ai mezzi di informazione).

di Goffredo Fofi, su l'Unità - edizione internet del 05/07/2010
 



Scritto da Goffredo Fofi| Articolo postato il 05-07-2010
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