Il ponte

Generazione precaria

Non è un paese per vecchi, non è un paese per giovani, né per le donne, né per quelli di mezza età. L'Italia obbliga gli anziani a restare al lavoro allungando l'età pensionabile e licenzia i giovani per primi, grazie ai «contratti atipici»; pretende di spremere il massimo di lavoro da chi «un posto» è riuscito a conservarlo, ma sbarra la porta a tutti gli altri.

I dati dell'Istat sulle «forze di lavoro» relativi al mese di maggio sono una fotografia spietata di un paese incagliato. Il numero di occupati risulta in calo sia rispetto al mese precedente che - a maggior ragione - rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'1,1% in meno sembra persino poco, se si guarda nelle nostre case, ma «statisticamente» uno che lavora per qualche giorno risulta comunque «occupato». Per i misteri della statistica, però, a un'occupazione che diminuisce corrisponde anche un minor numero di persone in cerca di un lavoro. La contraddizione numerica si spiega però facilmente: sta aumentando il numero di persone che si è stancata anche di cercarlo.

Così abbiamo un tasso di disoccupazione stabile da tre mesi all'8,7% (ma un anno fa era al 7,5), mentre la percentuale di occupati è in diminuzione (lo 0,8% in un anno) e il tasso di «inattivi» nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni cresce di quasi un punto percentuale.

Capricci statistici a parte - ma la colpa non è certo dell'Istat - si nota che il protrarsi della crisi fa arretrare il paese anche rispetto a quel poco di «ammodernamento sociale» residuo dei cambiamenti culturali degli ultimi 40 anni. L'occupazione maschile, infatti, risulta sostanzialmente stabile, mentre arretra quella femminile. Segno che, nella divisione dei compiti, torna lentamente in auge lo schema per cui è la donna a dover abbandonare il lavoro per prima. Ciò nonostante, la disoccupazione maschile è cresciuta in un anno (+16,8%) molto più di quella femminile (+14%). Un'altra stranezza che si spiega però con un tasso di occupazione femminile (46%) molto più basso di quello maschile (67,9) e soprattutto della media europea.

Il dramma occupazionale, però, coinvolge ormai stabilmente i giovani, che risultano disoccupati per il 29,2%, in aumento sia rispetto al mese precedente che all'anno prima. Il dato è pesantissimo, ma da solo non dice tutto. Nella fascia di età considerata, infatti, una quota altissima di giovani figura ancora impegnata negli studi. Ma proprio qui, circa un mese fa. l'Istat aveva individuato anche una massa di 15-29enni - in pratica due milioni di persone - che non fanno assolutamente nulla: non studiano, non lavorano e nemmeno cercano di farlo. Soprattutto nelle regioni meridionali. Quella che è stata subito chiamata la «generazione né-né» è insomma difficile da «acchiappare» per le classificazioni ufficiali, mentre risulta visibilissima guardando all'odierna composizione dei nuclei familiari: gli adulti tra i 25 e il 29 anni che ancora restano nella casa dei genitori sono il 50,2%, mentre nel 1983 erano appena il 34,5% (e anche allora erano quasi il doppio della media europea). Solo che la ragione di questa «lungodegenza» tra le pareti domestiche non sta nel presunto «bamboccismo» di una generazione, ma nella pratica impossibilità di costruirsi una vita autonoma: lavori saltuari, salari ridicoli, affitti impossibili.

Finito per fortuna il tempo in cui bisognava ascoltare - anche «a sinistra» - quelli che benedicevano la precarietà in nome di un'inesistente «libertà di cambiare lavoro», è ora di aprire gli occhi sul disastro sociale che produce una distribuzione della fatica (e del relativo reddito) così irrazionale. Il blocco del ricambio generazionale - sui posti di lavoro come in decine di altre sfere - provoca alla lunga l'impossibilità di gestire senza traumi l'inevitabile «salto» tra chi ha maturato molte competenze, ma ha esaurito le forze, e chi avrà soltanto le seconde.

di Francesco Piccioni, su il manifesto del 03/07/2010
 



Scritto da Francesco Piccioni| Articolo postato il 03-07-2010
Invia un commento

Commenti:
Non ancora approvati: 2