Il ponte

L'epoca dei feticci

Nella presentazione della mostra Chefs-d'œuvre? del Centre Pompidou-Metz, la cosa più importante è il punto interrogativo. Esso manifesta in modo molto efficace la perplessità e l'imbarazzo provato dalla parte più colta del mondo dell'arte nei confronti dell'intero sistema contemporaneo della produzione, della valorizzazione e dell'esposizione delle opere d'arte. Fatto sta che la nozione di capolavoro è il risultato di varie stratificazioni storiche che è difficile a prima vista portare alla luce.

La nozione di capolavoro appartiene alla organizzazione artigianale del lavoro. Risale al Medioevo e costituisce il punto di arrivo di un lungo apprendistato presso una bottega: facendo un capolavoro, il praticante diventa a sua volta maestro e membro a tutti gli effetti della corporazione. Nel periodo che va dal Seicento all'Ottocento, l'accademia prende il posto della corporazione. L'idea fondamentale che sta alla base di questa svolta culturale dell'arte, rappresenta un punto fermo per la nozione di capolavoro: l'artista diventa portatore di un sapere, che eleva la sua condizione sociale ed economica. Questa concezione classica di capolavoro costituisce la base di ogni operare basato sulla competenza e resta tuttora il fondamento di ogni istruzione sistematica e di ogni saper fare. Per quanto fortemente compromessa e minata dallo spontaneismo vitalistico che da due secoli imperversa in Occidente, l'idea classica di capolavoro tuttora costituisce un criterio fondamentale di giudizio ed attinge una nuova linfa dalla rivalutazione dell'idea di canone.

Il contrario del capolavoro é il ready-made, che vuol dire "già fatto". L'inventore di questa parola fu Marcel Duchamp, il quale nel secondo decennio del Novecento presentò come opere d'arte oggetti non prodotti da lui, ma appartenenti alla vita comune, e del tutto privi di qualità estetiche. L'origine di tale nozione deve essere cercata nell'idea, già implicita nel Romanticismo, secondo cui l'essenziale dell'arte non sta nel fare un'opera, ma nel compiere un'azione: in tal modo l'artista si contrappone sia all'artigiano che all'accademico e diventa una specie di operatore della comunicazione. Del resto, già secondo alcuni romantici tedeschi, l'artista avrebbe dovuto avere nei confronti della propria opera un atteggiamento ironico, essendovi una sproporzione tra l'infinità del soggetto creatore e il carattere limitato e contingente dell'opera. L'esito finale di questa tendenza è rappresentata dal movimento situazionista degli anni Sessanta del Novecento che rifiuta di fare opere d'arte e di partecipare in qualsiasi modo al mondo artistico. Il ready-made, che viene dai situazionisti sostituito col détournement, appartiene non alla storia dell'arte, ma a quella della cosiddetta anti-arte.

Il guaio è che tra il capolavoro classico e il ready-made si inserisce una terza nozione molto più torbida e ambigua: quella del capolavoro assoluto, che è stata studiata dagli storici dell'arte Walter Cahn e Hans Belting. Essa da un lato eredita la solennità e l'aura del capolavoro classico e la estende al ready-made, dall'altro attribuisce al primo un valore iperbolico separandolo dal contesto in cui è nato e prescindendo completamente dai condizionamenti sociali, economici e culturali cui è stato soggetto. Questo fenomeno è strettamente connesso con la trasformazione del museo, che da luogo di distinzione borghese si trasforma nell'ultimo ventennio del Novecento in promotore di eventi mediatici che richiamano grandi masse di pubblico.

La nozione di arte subisce una profonda trasformazione: questa è ben difficilmente spiegabile da un punto di vista filosofico che si interroghi sulla sua essenza. Prevale un'ottica puramente empirica, secondo cui è arte tutto ciò che le istituzioni riconoscono come tale. Al vertice della piramide stanno i capolavori assoluti, che assumono il carattere di feticci, oggetto di un fanatismo che nulla ha che fare con l'apprezzamento e il godimento estetico. Tuttavia dietro questa trasformazione delle opere in beni di consumo turistico c'è anche un aspetto positivo: i prodotti artistici non sono tutti uguali. I capolavori assoluti non esistono, ma quelli relativi sì!

Mario Perniola, in "La Repubblica", 22 maggio 2010
 



Scritto da Mario Perniola| Articolo postato il 26-05-2010
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