Il ponte

L’equivoco del mito americano

Quando si dice America si intendono da secoli gli Usa, si intendono gli Stati Uniti del Nord, e anche se Messico, Argentina, Brasile sono Stati Uniti d'America, parlando degli americani degli Usa dire “statunitensi” mi pare più corretto che dire “americani”. L’America è un immenso continente diviso in Settentrionale, Centrale e Meridionale, con il Nord (escluso il Messico) di tradizione protestante e il Centro e il Sud di tradizione cattolica ma tuttora con un forte dominante meticcia, che peraltro in molti paesi non ha affatto amato, e non ama, i suoi indios.

Come che sia, sappiamo bene che la potenza numero uno del continente americano restano gli Usa, sappiamo bene che, ancora oggi e nonostante la concorrenza prima del Giappone e ora della Cina, gli Usa restano la massima potenza mondiale, soprattutto dopo il crollo dell’Urss (e del suo stile di vita, della sua ideologia), e sappiamo altrettanto bene che sono gli Usa ad avere prima istituzionalizzato e poi esportato e imposto nel mondo, sollevando una forte resistenza soltanto in quello islamico, recente, un modello di società e di comportamenti umani, di abitudini comuni che è comunemente chiamato “american way of life”. Il fondamentalismo islamico è comprensibile soltanto se si pensa a culture che, nonostante tutti i loro limiti, non possono più evolvere al loro interno se non richiamandosi al modello americano, al ricatto americano.

Negli anni Settanta, dopo il fallimento delle generose rivolte anti-imperialiste in quasi tutto il pianeta, compresa dunque l'Italia degli studenti e degli operai, e negli anni del primo ripiegamento di una generazione su di sé, a leccarsi le ferite della sconfitta e a sposare o subire la “cultura del narcisismo”, nel film Nel corso del tempo di Wim Wenders, un regista allora sin troppo amato (e mi ha fatto personalmente una pena grande, attenuata da una crescente irritazione, seguire il declino inarrestabile e ultimamente impudico di quel regista) narrò di due sbandati “reduci” on the road di quei movimenti, uno dei quali diceva una grande verità: «Gli americani ci hanno colonizzato l'inconscio». Ma non si trattava solo dell'inconscio, si trattava di quasi tutto.

Gli americani hanno imposto al mondo quel che forse il mondo voleva: l'idea di una servitù consolata dal benessere e distratta dai media, i quali, in modo ossessivo e ridondante, onnipresente e diciamo pure schifosamente totalitario, hanno invaso il pubblico come il privato, hanno fatto dell’american way of life un pensiero unico, gradito a tutti. L'individuo sparisce, anche gli si dice che è ancora individuo soltanto nell'atto del consumo. Questo modello è entrato nell'inconscio di tutti, nessuno se ne può dichiarare indenne. Perfino la Chiesa è scesa amorevolmente a patti con il modello capitalista, che è a ben vedere il più “laico” e anzi ateo di tutti nonostante le frenesie fondamentaliste delle sue sette e di tanti suoi governanti, dopo aver furiosamente lottano contro quello comunista e non abbastanza contro quello fascista. Ha resistito qualche istituzione nata dalla seconda guerra mondiale, forse, presa a picconate oggi dal più americano degli italiani, il caro Berlusconi. (Ma, per essere onesti, negli ultimi decenni abbiamo avuto forse, in Italia, un politico più dimissionario rispetto a modelli nazionali o europei e più filo-americano di Walter Veltroni?)

Qualche anno fa, in un lucidissimo intervento, Susan Sontag disse che gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste, e che probabilmente di questa peste il mondo sarebbe morto. Nonostante tutto l’amore e i nostri debiti di riconoscenza per tante minoranze etiche Usa, religiose sociali artistiche, nonostante le speranze democratiche (il sogno) di John Dewey o Hannah Arendt, nonostante la capacità della federazione di assorbire e integrare, alla lunga (ma dopo quanti dolori!), le sue minoranze etniche, se si allontana l’obiettivo e si guarda in campo lungo o lunghissimo, mi pare impossibile non rendersi conto che il “modello americano” - e le banche e le multinazionali e gli eserciti che lo hanno diffuso prosperandone - restino un nemico o un non amico della democrazia. Al posto dell’individuo il consumatore, al posto del pensiero l’abbuffata mediatica, al posto delle aperture solidali l’egoismo e anzi l’autismo, al posto della libertà la pubblicità.

Con tutto il rispetto per Obama, ricominciare a pensare, per la sinistra italiana, non può che voler dire pensare in modo autonomo e non “americano”.

Goffredo Fofi su l’Unità (11-04-2010)
 



Scritto da Goffredo Fofi| Articolo postato il 12-04-2010
Invia un commento

Commenti:
Non ancora approvati: 1