Il ponte

Goya un ponte verso il contemporaneo

Prima di scrivere su Goya bisogna fare uno o due respiri profondi. Si tratta infatti di un genio assoluto, di quelli – sono pochissimi – che hanno cambiato il corso della storia dell’arte. “Goya e il mondo moderno” è la grande mostra di Milano che, a Palazzo Reale (fino al 27 giugno, per la cura di Valeriano Bozal e Concepciòn Lomba), propone un confronto tra le opere del grande maestro spagnolo e quelle di coloro i quali, più o meno propriamente, vengono considerati i suoi eredi, da Picasso a Pollock.

La prima osservazione che ci sentiamo di fare intende mettere in dubbio la connessione che, fin dal titolo, viene posta fra l’opera del grande aragonese (1746-1828) e la pittura moderna. Riteniamo che il vero grande anticipatore del moderno sia stato Michelangelo Merisi da Caravaggio e che quindi a Goya, nato 136 anni dopo la sua morte, non possa essere attribuito ciò che non poté fare per primo semplicemente perché era già stato fatto.

Caravaggio, come ci è capitato di dire in altre circostanze, traghettò la pittura (intesa come esperienza globale, carnale e violenta) dalla dimensione di un’arte multiforme ma pur sempre risolta entro la prospettiva del dover essere, secondo gli stereotipi della chiesa e del potere, verso una nuova condizione, estranea a questi retaggi e interessata unicamente alla vita così com’è.

Non c’è dubbio che Goya fece sua la lezione di Caravaggio su un piano ideologico ancor prima che stilistico; il suo enorme merito fu quello semmai – partendo da essa - di gettare un ponte fra moderno e contemporaneo. Quest’ultimo coincide in arte con l’ingresso prepotente della soggettività che spezza qualsiasi legame con il mondo del potere (il dover essere) e anche con quello della realtà obiettiva (così com’è), per consegnarsi ad un universo in cui il personale è tutto. La verità rimane il rovello dell’arte. Ma si tratta di un verità vista da un punto di vista unico ed esclusivo: quello dell’artista. Scompaiono le sicurezze di una obiettività ormai ritenuta impossibile e ci si proietta verso un tempo tremendo e affascinante: quello di un Novecento privo di certezze. Un secolo che conoscerà guerre e rivoluzioni scientifiche, filosofiche e sociali capaci di mettere tutto in discussione.

Francisco Goya fu ritrattista di corte accolto a fatica negli ambienti dei sovrani spagnoli. Per nulla intimidito dalla sontuosa ipocrisia delle atmosfere cortigiane del tempo, seppe riferire dei difetti, dei vizi e delle vanità dei suoi protettori. Così come fu in grado, come pittore di genere, di liberare le scenette di cronaca quotidiana dai limiti di una aneddotica vernacolare, rendendole capaci di raccontare le microstorie dei personaggi più minuti. Della prigione dorata dell’Ancien régime conobbe i fasti, avendo la forza di mantenere diritta la barra della sua ragione, illuministica e liberale, sapendo alla fine rischiare e pagare anche di persona (attaccò l’inquisizione e qualsiasi forma di superstizione, morì in esilio a Bordeaux).
 

Ma più di tutto, ciò che connota l’opera di questo infaticabile pittore - dipingeva anche di notte con delle candele infisse sulle falde di un cappello a cilindro indossato per far luce – è la capacità di frequentare le pieghe del profondo. In questo Goya è stato un antesignano (si pensi ai suo Caprichos e alle Pitture nere). Il suo sarà uno sguardo sull’inconscio personale e collettivo. Sugli incubi e sulle angosce. Su un territorio immenso dal quale tutti proveniamo che parla, junghianamente, della follia dell’infanzia dell’umanità (quella dei miti e delle religioni). Così come dell’indifferenziato dal quale tutto può prendere origine. A condizione che la follia sia disponibile a fare i conti con la ragione.

La follia che non nuoce è quella del fanciullo che ignora il significato simbolico delle cose, godendo di un potenziale di sviluppo straordinario. Crescendo, questo potenziale si ridurrà, il mondo dei simboli sarà conosciuto e la ragione finirà per dominare la scena. Ma resterà sempre il dialogo con la follia ed è da questo dialogo che trae spunto il lavoro di ogni artista. In particolare dell’artista (contemporaneo) che può ritenersi emancipato dalla necessità di raccontare i messaggi del potere (anche se il potere trova sempre il modo di rientrare in gioco). Goya fra i primi si è affacciato su questo mondo ed è per questa ragione che può essere considerato un precursore dell’Espressionismo, del Simbolismo, del Surrealismo, delle altre Avanguardie e persino delle Neoavanguardie.

Senza considerare l’attualità che nell’iconografia goyesca assume l’interesse per la critica della violenza selvaggia e per il ripudio della guerra. Si pensi al celeberrimo “Le fucilazioni del 3 maggio”. Una denuncia spietata della crudeltà umana. O per lo meno di quella che sino ad oggi è stata la crudeltà di un’umanità ancora divisa in classi. All’interno della quale troppo spesso: Il sonno della ragione genera mostri.

184 sono le opere esposte fra dipinti, incisioni e disegni di Goya e dei suoi presunti allievi. La visita procede attraverso cinque sezioni tematiche. La prima dedicata ai “Ritratti”, la seconda alla “Vita di tutti i giorni”, la terza al “Comico e grottesco”, la quarta alla “Violenza”, con circa 70 opere fra le quali spiccano per sconvolgente efficacia le incisioni sui Disastri della guerra, e l’ultima sezione, intitolata “Il grido”, con lo strazio evocato dal Cristo nell’orto degli ulivi. Fra le interlocuzioni con i moderni e i contemporanei, le più significative sono quelle con Daumier, Rouault, Ensor, Picasso, Dalì, Guttuso (Trionfo della morte) Sassu (Martiri di Piazzale Loreto) fino a Pollock e De Kooning, con le loro digressioni gestuali nell’inconscio.

La storia dell’arte non è una questione di anime elette. E’ fatta di corsi e ricorsi, di grandi e piccoli plagi. E’ fatta di inconscio collettivo, di paure, di struttura e sovrastruttura. Ha un andamento circolare e non porta in paradiso. Quello che è certo è che cinque, sei artisti hanno prodotto accelerazioni vertiginose del suo viaggio. Francisco Goya è sicuramente uno di questi.

di Roberto Gramiccia del 09/04/2010
 



Scritto da Roberto Gramiccia| Articolo postato il 09-04-2010
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