Il ponte

Haiti, il colpo di grazia per gli ultimi dell'Occidente

 
Haiti non esiste più. Si parla di almeno centomila morti. Per fare un paragone, lo tsunami del 2004 fece 240 mila vittime ma sparse in tutti i paesi sull'oceano Indiano. Il terremoto del settimo grado della scala Richter che alle 5 di giovedì pomeriggio (le 23 in Italia) ha colpito e distrutto Port-au-Prince, è stato il colpo di grazia. Non si riprenderà più. Sembra che una maledizione incomba su Haiti cherie, quella che un tempo contese a Cuba il titolo di «perla delle Antille». Quella di essere stata, la prima colonia dell'America latina a conquistare l'indipendenza e farsi repubblica - e «repubblica nera» - nel 1804 sull'onda della rivoluzione francese. Come dovesse pagare un debito inestinguibile. Che ha pagato, in moneta sonante, fino a pochi anni fa alla Francia. Che continua a pagare agli Usa, arrivati per la prima volta nel 1915 e poi, di fatto, mai più ripartiti.

Haiti, il paese più miserabile del mondo, fuori dall'Africa, sette milioni di haitiani su 10 che sopravvivono con meno di uno o due dollari al giorno, il numero 150 sui 177 paesi stando all'indice di sviluppo umano. Il paese in cui l'1% dei mulatti che parlano francese è padrone della metà della ricchezza nazionale e più del 90% dei neri che parlano creole non è padrone di niente. Il «Paese delle montagne», questo significava Haiti nella lingua degli originati Tainos, che cinque secoli fa era coperto da boschi e foreste e oggi quelle montagne sono pelate escarnificate: basta arrivare in aereo da Santo Domingo. Da una parte il verde, dall'altra il grigio.

Un pezzo d'Africa fuori dall'Africa. Ma Haiti non è fuori dall'Africa, semmai è un pezzo d'Africa nel cuore dei Caraibi. René Depestre, uno degli esponenti più noti di quella sfavillante cultura haitiana che fa da misterioso contrappunto alla sua miserabile condizione umana, sociale e politica, ha detto una volta che «due secoli dopo l'indipendenza degli schiavi, un evento maggiore nella storia politica e culturale della civiltà, Haiti è immobile sotto la soglia della miseria assoluta».

Il '900 è stato un lungo calvario per Haiti e la stragrande maggioranza degli haitiani. Violenza, invasioni, saccheggi, fame, emigrazione e fuga, fame, l'Aids (si calcola che più del 2% della popolazione sia portatore della malattia o del virus Hiv). I 200 anni di «libertà», celebrati a Port-au-Prince nel febbraio del 2004 sulla Place des Heros de la Indépendance nel Champ de Mars a fianco del bianco palazzo presidenziale crollato su se stesso martedì, non furono una festa ma l'occasione per moti sanguinosi contro il presidente Jean-Bertrand Aristide e contro la fame.

La storia di Haiti non comincia con i Duvalier ma fu Francois Duvalier, un medico adepto dei riti voodù che si prese il potere con un colpo di stato militare, a marcare per sempre l'immagine del paese. Papa Doc, presidente a vita, divenne un simbolo, con i suoi Tontons Macute, non solo per Graham Greene che ci scrisse sopra «I commedianti». Alla morte del «presidente a vita», nel '71, gli succedette il figlio, Baby Doc, anche lui, allora diciannovenne, presidente a vita. Nell'86 era diventato troppo anche per gli sponsor di sempre, Stati uniti e Francia lo caricarono su un aereo francese e lo spedirono a svernare in un esilio dorato della Costa Azzurra. Altri colpi di stato, altri generali a spolpare il paese e gli aiuti internazionali.

Fin quando nel '90 fu eletto a valanga - come diceva il suo partito d'allora Lavalas - Aristide, un piccolo prete della teologia della liberazione. Una speranza. Ma durata poco. Nel '91 altro golpe militare e il generale Raoul Cedras. Fino al '94, quando il presidente Bill Clinton lo caricò su un aereo americano e lo mandò a svernare nell'esilio dorato di Miami, richiamando Aristide, senza più potere né tempo. Nel '94, scaduto il suo mandato, dovette farsi da parte e lasciare il campo a quello che allora era un suo uomo, René Préval. Anche lui eletto a valanga. Aristide fu di nuovo eletto nel 2000, ma non era più lui. Del piccolo prete che parlava della liberazione di poveri non era ormai che l'ombra. I poveri erano sempre più poveri e Haiti sempre più vulnerabile alle periodiche maledizioni di paese tropicale. Le piogge e le inondazioni del maggio 2004 provocarono 2000 morti e quelle di settembre 3000 morti. Qualsiasi «cosa» per Haiti si converte in tragedia. Quell'anno cominciò anche la rivolta della «società civile», in realtà era l'inizio di un golpe mascherato finito con il «regime change» che l'amministrazione Bush aveva deciso a Washington. Aristide fu caricato su un aereo e spedito in Sudafrica, a Haiti arrivarono i primi contingenti della Minustah, la missione Onu per la stabilizzazione di Haiti, a guida di militari brasiliani che prima di partire per Port-au-Prince si addestravano nella favelas di Rio de Janeiro. Il contingente internazionale riuscì, sovente con metodi spicci, a stabilizzare la situazione - ma trasformandosi sempre di più in una forza di occupazione - e nel febbraio 2004 si tennero elezioni che riportarono alla presidenza Préval, visto ancora come uomo di Aristide, alla testa di un partito che ora si chiamava Espwa, Speranza. Una speranza durata poco.
Privatizzazioni, disoccupazione (più della metà della forza lavoro haitiana è o senza lavoro o con lavori precari), controllo della violenza politica e sociale a suon di mitragliatrici (i caschi blu «riconquistarono» Cité Soleil, l'infernale slum di Port-au-Prince, il regno della gang dove solo i «medici senza frontiere» e le suorine«Filles de la charité de San Vincent de Paula» potevano entrare.

Nel 2008, in aprile, l'aumento del prezzo del riso provocò moti sanguinosi e fra agosto e settembre quattro uragani in sequenza fecero 800 morti (gli stessi uragani che distrussero anche metà Cuba ma fecero un solo morto). Haiti andava a fondo. Servizi, scuole, ospedali, strade, elettricità, acqua potabile: o non c'erano o erano fuori uso. Corruzione e via libera al narco-traffico. Si calcolava che la coca colombiana sulla via del grande mercato Usa, in quelle condizioni, andasse a nozze, un affare da 700 milioni di dollari l'anno. Che però non lasciavano che qualche briciola nel paese. L'unico scampo era, come sempre l'emigrazione, la fuga. Verso gli Stati uniti, che però, con Bush padre, con Clinton e con Bush figlio stringevano sempre di più la rete e respingevano i boat people haitiani indietro o, prima di convertirlo in un lager anti-islamico, nella base di Guantanamo. I «donatori internazionali» di tanto in tanto si riunivano e stanziavano fondi virtuali per salvare Haiti: un miliardo di dollari nel 2004, nel 2009 la bellezza di 346 milioni. Che però non arrivanano mai e quelli che arrivavano sparivano nel gorgo della corruzione. A Port-au-Prince arrivarono anche Lula e Clinton, divenuto nel frattempo «inviato speciale per Haiti» dell'Onu. Lula nel 2004 si portò dietro tutta la nazionale di calcio brasiliana che sfilò per le strade di Port-au-Prince e la seconda volta con una squadra di imprenditori. Idem Clinton, che prometteva «investimenti diretti» mai arrivati.
Eppure, le statistiche dicono che il pil è cresciuto del 2.9%. E Préval ha messo il veto a una legge votata dal parlamento che portava da 2 a 5 dollari il salario minimo giornaliero, acconsentendo solo, alla fine, l'aumento di un dollaro. Poi ci ha pensato il terremoto.

di Maurizio Matteuzzi, Il manifesto del 14/01/2010
 


Scritto da Maurizio Matteuzzi| Articolo postato il 22-01-2010
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