Il ponte

Bastardi senza gloria

Se ne parlava da 10 anni: ora, dopo Cannes, il nazi-kolossal di Quentin Tarantino arriva finalmente anche in Italia. Ma "RS" un'incursione sul set di "Bastardi senza gloria" già l'aveva fatta. E lì aveva raccolto le confidenze del geniaccio. Come la sua ossessione per la seconda guerra mondiale e il cinema di Goebbels.

Oh mio Dio, fuori nevica. nevica! Lawrence Bender guarda attraverso la porta aperta, fuori sui gradini dove uomini stretti in uniformi naziste e donne con indosso raffinati cappelli e completi in stile anni 40 stanno fumando sigarette di nascosto. Bender, il produttore losangelino di Quentin Tarantino sin dai tempi delle Iene, ha buoni motivi per meravigliarsi.
Siamo agli inizi di dicembre 2008 e forse solo in questo momento Bender sta realizzando che sono passati quasi cinque mesi da quando il suo vecchio amico lo ha chiamato per raccontargli la sceneggiatura che aveva appena finito di scrivere. Quella di cui Tarantino ha parlato per più di 10 anni.

La stessa che nessuno avrebbe mai scommesso sarebbe riuscito a girare. Quella che persino Bender pensava non avrebbe mai visto la luce del grande schermo. E invece, all'improvviso, ecco Quentin Tarantino che lo chiama in preda all'eccitazione, durante il fine settimana del giorno dell'Indipendenza, non solo con una sceneggiatura appena conclusa, ma anche con una questione urgente: «Secondo te ce la faremo a realizzare questo film in tempo per il Festival di Cannes?».
Cinque mesi dopo, eccoli insieme a Berlino. Sono qui da agosto, e nel frattempo hanno messo insieme un cast di 60 attori, una troupe di circa 200 elementi, ma soprattutto hanno preso possesso dello Studio Babelsberg: il più vecchio studio cinematografico su larga scala al mondo. Qui, nel 1927, Fritz Lang ha girato Metropolis, e sullo stesso tratto di strada che oggi Tarantino ha trasformato in una via della Parigi occupata – la Rue d'Antin – Roman Polanski ricostruì il ghetto di Varsavia per il suo Il pianista. Tarantino, con indosso una camicia da cowboy a scacchi bianchi e neri, sta girando in esterni in una sezione del Café Eistein, che è stato restaurato fino a diventare Maxim's, la famosa brasserie parigina. Sono da poco passate le nove del mattino, e la stanza pulsa di un’energia tranquilla e al tempo stesso estremamente concentrata.
Se anche è sotto pressione, Tarantino non lo dà minimamente a vedere. In realtà – ci spiega, pochi istanti prima che la macchina da presa inizi a girare – la pressione più grande è stata quella che lui stesso ha caricato sulle proprie spalle, durante la stesura di quella che agli occhi del mondo stava diventando la sua sceneggiatura più ambiziosa di sempre. «Se non fossi stato perfettamente convinto di riuscire a fare Bastardi senza gloria esattamente come lo avevo in testa», ammette, «non mi ci sarei nemmeno messo. Ma sentivo che dovevo scriverlo. Realizzare il film non era così fondamentale, in quella fase, ma sapevo di dover finire la sceneggiatura: dovevo togliermi quel peso di dosso, per poter andare oltre. Dovevo scalare quella montagna, prima di poter anche solo prendere in considerazione l’esistenza di altre montagne da scalare».
In altre parole, c’è stata l’effettiva possibilità che il film non si facesse? «Esatto, e in qualche strana maniera, in parte è stato un pensiero liberatorio. Non essere ossessionato dall'idea di fare il film mi ha riportato a volerne la realizzazione. A un certo punto ho anche pensato di trasformarlo in una mini serie, un ciclo di episodi per un totale di dodici ore, perché c'è un'intera parte di storia che ho poi finito per eliminare dal film, ma che potrei assolutamente sviluppare come prequel nel caso questo film avesse successo. Insomma, dentro la mia testa avevo già chiara questa mini serie, la struttura degli episodi... Poi però mi sono detto» – e qui Tarantino fa un sospiro, e curva le spalle come in segno di resa – «...mi sono detto: “Ok, fatemi fare un ultimo tentativo, solo un ultimo tentativo...”». Ridacchia: «In realtà, immagino fosse arrivato il momento giusto per fare questo film. Ma avevo anche una specie di programma chiaro dentro la mia testa. Volevo realizzare una grande pellicola prima che finisse il decennio. E non volevo perdere tempo in cazzate».

Per diversi anni sono circolate voci sul fatto che Tarantino non sapesse come finire la sceneggiatura, punto sul quale oggi il regista è ansioso di fare chiarezza. «Non è tanto il fatto che non sapessi come chiudere», dice. «Nel senso: se non lo sa il regista come finisce la sceneggiatura a cui sta lavorando, chi può saperlo? No, il problema era un altro. Semplicemente, non riuscivo a smettere di scrivere. Quindi la questione era esattamente l’opposto: non è che non sapevo come finirla, è che stava crescendo in maniera incontrollata. Non era più un film: era una cosa enormeeee... E c’è un’altra cosa che va detta: dal momento in cui avevo iniziato per la prima volta a lavorarci sopra, le mini serie e i serial televisivi erano diventati ottimi prodotti, quindi l'idea di far uscire il film in dvd sotto forma di una serie di episodi riuniti in un box set, non sembrava più così assurda. Davvero, ci ho pensato a lungo, dopo aver girato Kill Bill».
Tarantino è tornato in sé soltanto dopo una cena insieme al regista francese Luc Besson e al suo produttore. Quella sera ha descritto a entrambi nei minimi dettagli l'idea della mini serie, e il produttore ha immediatamente compreso il suo punto di vista. «Hai ragione», ha detto, «sarebbe un modo grandioso per farlo». Besson, invece, si è limitato a sospirare: «Ma certo, sarebbe grandioso», ha borbottato. «Io però sono deluso». Quando Quentin gli ha chiesto il motivo, Luc gli ha risposto: «Perché i tuoi film sono una delle pochissime cose al mondo che mi faccia ancora venire voglia di andare al cinema. Se proprio vuoi saperlo, l’idea che tu stia impiegando tutto questo tempo per girare una cosa che poi dovrò vedere a casa, sul televisore... non so, non mi va proprio». «Quel commento mi si è stampato a fuoco», dice Tarantino. «Per davvero: non riuscivo a togliermelo dalla testa. Così quando è arrivato il momento mi sono detto: “Vabbè, ok, vediamo se riesco a trasformare ’sta cosa in un vero film...”».
Il risultato è questa tentacolare epopea sulla Seconda Guerra Mondiale che del film italiano Quel maledetto treno blindato (diretto nel 1978 da Enzo G. Castellari, genere “macaroni combat”, come venivano definiti all'estero i film di guerra italiani, cui Tarantino diceva di essersi ispirato), riprende in realtà giusto il titolo con cui fu distribuito nelle sale americane, e neppure con lo spelling corretto. Il film inizia nelle campagne di Vichy in Francia, e si apre subito con una scena di inaudita violenza dove il sadico colonnello Landa (Christoph Waltz), alias “il cacciatore di ebrei”, massacra l’intera famiglia Dreyfus a eccezione della figlia, Shosanna, che fugge a Parigi, dove cambia identità e diventa direttrice di una sala cinematografica. L'anonimato e l’incolumità di Shosanna vengono compromesse quando quel cinema viene scelto da Joseph Goebbels, il ministro della propaganda di Hitler, per ospitare l’anteprima della sua ultima produzione, The Nation's Pride (“L'orgoglio della nazione”). Ma nel frattempo, all'insaputa di Shosanna, una squadra scelta composta da assassini ebrei-americani – conosciuti come i “Bastardi” e capitanati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt) – si è intrufolata dietro le linee nemiche. La squadra viene contattata dagli inglesi, che hanno elaborato un complesso piano per uccidere Hitler durante la proiezione, e tutti questi elementi finiscono per mescolarsi tra loro fino a culminare in un finale ultraviolento. E se questa sinossi non vi sembra coincidere esattamente con i trailer che avete visto, è perché Bastardi senza gloria non è semplicemente un film incentrato su un gruppo di uomini con una missione da portare a termine: per prepararvi alla visione, dovreste forse guardare, invece, Dove osano le aquile (1968), dove più di metà dell'azione si basa su un dubbio, ovvero se il personaggio, interpretato da Richard Burton, sia o meno una spia che fa il doppio gioco; oppure Quella sporca dozzina (1967), che per due terzi si sviluppa intorno all'addestramento e alle manovre dispiegate nella campagna inglese prima che quel commando (la “Dozzina”) entri a tutti gli effetti in guerra.
Tuttavia, questo non significa che la Seconda Guerra Mondiale sia semplicemente uno sfondo: soprattutto perché Tarantino è un appassionato, e conosce l'argomento alla perfezione. «Da quando ho iniziato a scrivere», confessa, «ho fatto una marea di ricerche, e ho scoperto parecchie cose interessanti. In particolare, c'era tutta una storia su questo contingente di truppe “nere” che sarebbe potuta tranquillamente diventare il secondo film, se mai avessi terminato il primo... Il casino era che mano a mano mi imbattevo in nuovi dettagli storici, finivo per inserirli nel film, e tutto a un tratto mi sono accorto che più che un film stava diventando una noiosa lezione di storia. Quindi ho ripreso in mano la sceneggiatura e ne ho scritto una nuova versione senza ulteriori ricerche – anche se onestamente c'erano ancora milioni di cose che avrei voluto sapere sulla vita nella Francia occupata. Anzi, non ho fatto proprio alcuna ricerca. Non volevo essere vincolato da niente che non fosse pura creatività».
La scena che si gira oggi è piccola, ma di grandissima importanza: Shosanna (Mélanie Laurent) viene portata fuori a cena da Fredrick Zoller (Daniel Brühl), un giovane tiratore scelto che si sta innamorando di lei, ignaro del fatto che sia ebrea. Il set è talmente silenzioso che anche il minimo scricchiolio è accolto da un coro di sopracciglia aggrottate. In una piccola stanza separata dal resto, Tarantino, il direttore della fotografia Robert Richardson e il primo assistente alla regia sono rannicchiati intorno a un tavolo da pranzo, dove Zoller e Shosanna vengono raggiunti da Goebbels, dalla sua amante (un cameo della Julie Dreyfus di Kill Bill) e da un membro della Gestapo (August Diehl). Il personaggio di Goebbels – interpretato da Sylvester Groth – è senza dubbio uno dei più sconcertanti e insieme riusciti dell’intero film. La scena in cui Groth canta I Wish I Were a Chicken tratta da Glückskinder (Lucky Kids) del 1936, produzione di successo dello stesso Goebbels, la dice lunga al riguardo. Spiega Tarantino: «Sono sempre stato affascinato dall'idea di ritrarre Goebbels come direttore di uno studio cinematografico, cosa che fra l’altro era una delle sue principali attività. La maggior parte dei film da lui commissionati erano commedie o musical. Se volete un assaggio di come marciavano i nazisti delle SA (i “battaglioni d’assalto”), dovete guardare i film di propaganda di produzione americana o inglese. Mettiamola così: se vivevate in Germania in quell'epoca e tutto quello che sapevate della guerra veniva dai film, beh, non avreste nemmeno saputo che c’era una guerra in corso!».
L'altro genere preferito da Goebbels, a sentire Tarantino, erano «i film sui Grandi Uomini del Passato». Questo potrebbe spiegare come mai, in Bastardi senza gloria, la pellicola di Goebbels, The Nation's Pride (che Tarantino ha fatto girare, come fosse un film-nel-film, al suo amico Eli Roth, quello di Hostel) sia un omaggio alla figura di Fredrick Zoller, divenuto un'icona del nazismo in età molto giovane. «Visto che il film ha come tema il cinema tedesco sotto il Terzo Reich», osserva Quentin, «mi pareva fosse interessante incentrarlo proprio sulla figura di Goebbels, a capo dello studio cinematografico, che realizza il suo capolavoro e gli dedica addirittura una première».
Inizialmente il regista pensava di dare a Shosanna il compito di imbucarsi al party di Goebbels. «Poi però ho realizzato che il tema della femmina vendicatrice l’avevo già ampiamente sviluppato con La Sposa in Kill Bill», racconta. «E questo perché la prima stesura della sceneggiatura risale a un sacco di tempo fa: molto, molto prima di Kill Bill. Quindi ho riscritto tutta la sua parte, e il risultato è che da un lato Shosanna ha perso forza come personaggio cinematografico, ma dall’altro è diventata molto più reale». Di conseguenza, Tarantino ha scelto di spostare tutto il lato cruento del film nelle mani dei Bastardi, che girano l’Europa scotennando e sfregiando, incidendo svastiche sulla fronte dei (pochissimi) sopravvissuti. «L'idea è che stiano mettendo in atto una forma di terrorismo psicologico nei confronti dei nazisti, seminando il terrore entrando nelle loro menti – per questo ho voluto che fossero anche Ebrei! – e al tempo stesso una resistenza in stile Apache», spiega Tarantino. «Nel vecchio West, quando gli ufficiali bianchi della cavalleria venivano catturati dagli Apache, preferivano uccidersi piuttosto che permettere agli indiani di fare loro quello che avrebbero volentieri fatto loro...».

Qualcuno potrebbe suggerire che questa è esattamente la situazione psicologica in cui si è trovato Tarantino al momento di iniziare la lavorazione di Bastardi senza gloria: con le spalle al muro dopo il flop di Grindhouse (anche se l'episodio dal lui diretto, Death Proof, è stato quasi ovunque un discreto successo). Il regista ha compiuto 46 anni lo scorso marzo, e i suoi fan non sono più così fedeli come un tempo. Ma anche se in cuor suo si è sentito messo alle strette, di certo Tarantino non lo dà a vedere. «Ho la faccia di uno che ha dei dubbi?», chiede con un sorrisone. «Prima mi hai domandato se fossi o meno preoccupato per via delle pressioni e delle aspettative che circondano il film. Beh, sarei preoccupato se non ci fossero aspettative al riguardo. Voglio aspettative enormi. Voglio che la gente non si aspetti niente meno di un capolavoro. Voglio che la gente dica: “Cazzo, non vedo l'ora di vederlo!”. Voglio dare al pubblico una cazzo di serata top al cinema. E, dopo, voglio che prendano pure il cazzo di dvd, e lo mettano lì sullo scaffale, accanto a Scarface, Quei bravi ragazzi e Pulp Fiction. Uno dei loro film preferiti di sempre: ecco cosa sarà Inglourious Basterds. Ok?».

Testo: Damon Wise, pubblicato l' 11 Settembre su Rolling Stone



Scritto da Damon Wise| Articolo postato il 04-10-2009
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