Il ponte

Coś l'artista ha venduto la sua vita a un milionario

Il sessantacinquenne pittore francese Christian Boltanski sarà filmato giorno e notte per otto anni. Un ricco australiano ha comprato il diritto a osservarlo. Lo pagherà solo se arriverà vivo alla fine
di Gabriele Romagnoli

C'è un uomo che ha venduto a un altro la propria vita (e la propria morte). Minuto per minuto, in diretta, per i prossimi otto anni, salvo "fermo immagine" anticipato. Ha firmato un contratto che è una scommessa.
Avviato un progetto che può essere considerato, a seconda dei punti di vista, una versione privata del "Grande fratello", l'estremo tentativo di annullare il confine tra vita e arte o, come suggerisce il suo ideatore, "una partita con il diavolo".

Il venditore della propria vita è Christian Boltanski, uno dei più noti artisti contemporanei francesi. Il compratore è un milionario che vive in Tasmania. In una intervista a Le Monde Boltanski racconta che il suo acquirente ha fatto fortuna con il gioco, ha sfruttato una straordinaria mente matematica per sbancare i casinò, a cui gli è stato vietato l'accesso. Con il denaro vinto ha cominciato a collezionare opere d'arte e avrebbe voluto possederne anche una di Boltanski. Che ha rilanciato: perché accontentarsi dell'arte quando si può avere l'artista?

Il patto funziona così: dal primo gennaio 2010 quattro telecamere lo filmeranno in ogni momento, trasmettendo le immagini sullo schermo installato in una grotta in Tasmania, nella proprietà del milionario. Quello potrà sedersi e avere il privilegio di guardare Boltanski dipingere (quando ancora lo fa), ma anche dormire, mangiare e fare qualunque altra cosa un essere umano non può evitar di fare per otto anni. La visione non potrà essere interrotta, non sarà possibile rivedere ciò che è trascorso: nella sua sovrapposizione alla vita l'arte non è più cristallizzabile, non può essere messa in cornice, diventa un flusso, una perdita continua, sopravvive soltanto nella memoria. Questo è in realtà da tempo il perno attorno al quale ruota l'opera di Boltanski: stiamo tutti scomparendo, le nostre facce sono collage di persone scomparse (abbiamo il naso di nostro nonno, lo sguardo di nostra madre). La nostra vita è una fotografia in camera oscura sottoposta a un procedimento contrario: immersa nel liquido del tempo svanisce in una nebbia lattiginosa.
Quel che trasforma il contratto in una scommessa è una clausola riguardante l'eventualità, non remota, della morte dell'artista. Boltanski ha 65 anni, che arrivi a 73 non è detto, ne è consapevole. Nel periodo in cui sarà filmato riceverà un vitalizio e gli sarà pagata un'assicurazione sulla vita. Il beneficiario è il milionario tasmaniano. L'eventualità della morte di Boltanski entro il 2018 lo risarcirebbe del denaro speso e con gli interessi. Ancora una volta avrebbe battuto il caso o quel che regola, matematicamente o no, l'avvenire. Se invece dovesse sopravvivere, Boltanski avrebbe il premio assicurativo, raddoppiato dal suo contraente, ma soprattutto l'impagabile soddisfazione di aver battuto il diavolo e la morte. Ci sono, in questo progetto inedito sia come videoinstallazione che come gioco d'azzardo, due esiti contemplati e due che vengono sottaciuti.

Prima ipotesi: Boltanski vince. Va oltre il limite esistenziale che gli ha fissato il calcolo matematico di un arricchito presuntuoso, gli lascia la soddisfazione di averlo visto in ogni possibile intimità, di averne spiato qualunque gesto o sguardo. Si prende, in cambio, un pacco di soldi con cui arrivare sereno alla fine e l'orgoglio di aver elevato la quotidianità a una diversa dimensione, commerciale o artistica dipende da chi giudica.

Seconda ipotesi: Boltanski perde. Nella grotta tasmaniana rimane un uomo ancor più ricco di prima, ancor più sicuro di conoscere l'algoritmo del destino, con il diritto di guardare, per giorni, mesi o anni, la vita oltre la vita: uno schermo nero. Poi ci sono due ipotesi che non vengono prese in considerazione apertamente.

La numero tre: il banco perde. Ovvero: Boltanski campa, ma muore il milionario tasmaniano. La trasmissione non si interrompe, le quattro telecamere continuano a filmare un artista che vive, beve acqua o vino, scrive, cancella. Ma nessuno lo vede più. Diventa un'opera d'arte senza pubblico, una vita senza testimoni. Esiste una cosa del genere? Non solo ci si deve domandare se l'albero caduto nella foresta sia davvero caduto quando nessuna telecamera lo ha ripreso, ma se sia caduto quando sia stato ripreso ma nessuno l'abbia visto. E se una vita abbia un significato se non c'è qualcuno, anche dall'altra parte del mondo, a incuriosirsi o addirittura palpitare per quel che le accade.

Poi c'è, inevitabilmente, l'ipotesi numero quattro: che Boltanski, abituato a mischiare nelle sue creazioni il vero e il non vero, smascherando la fallibilità della memoria per celebrarne il trionfo, abbia creato il milionario, la sua biografia, la grotta e tutto il meccanismo per dimostrare che, molto più che un'opera d'arte, la vita è un gioco senza vincitori né vinti e la solitudine un destino che può essere sovvertito soltanto dalla fantasia.
 



Scritto da Gabriele Romagnoli| Articolo postato il 20-08-2009
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