Il ponte

Performance su gru - opera contemporanea

Agli osservatori più attenti non è sfuggito il ventaglio di significati che la vicenda Innse ha squadernato innanzi agli occhi di tutti. Fra questi c'è il merito della questione, la vicenda sindacale, la difesa estrema del posto di lavoro, la dimostrazione dell'ignavia delle istituzioni e della imprenditoria (fatta eccezione per quei coraggiosi che si sono fatti avanti per acquistare una fabbrica tutt'altro che decotta), c'è tutto questo ma c'è anche un'altra cosa, se possibile, ancora più importante.
Questa cosa è la dimostrazione clamorosa che, quando i lavoratori e il sindacato sono in grado di fondere determinazione fantasia e coraggio, la partita può non essere persa in partenza a condizione - e questa condizione è imprescindibile - che queste qualità siano indirizzate a perforare il muro di silenzio eretto attorno alle lotte dei lavoratori da chi ha interesse a disarmarli definitivamente.
Ecco quindi che si ripropone, in chiave tutt'altro che teorica, la questione della comunicazione come questione imprescindibile per chi fa lotta sindacale e politica (anche per gli altri ovviamente). Questa questione, come abbiamo avuto modo di sostenere recentemente su queste stesse pagine, assume un'importanza cardinale e sottovalutarla diventa oggi una omissione grave.
Detto in parole più chiare se Roberto, Vincenzo, Fabio e Massimo non fossero saliti su quel carro ponte e non ci stessero da giorni e se questo semplice ma geniale gesto non avesse guadagnato a forza l'attenzione (diseguale) dei media, delle vicende di qualche decina di famiglie di operai dell'interland milanese non fregherebbe niente a nessuno, tanto meno fregherebbe niente alla prefettura, al comune, alla regione e al governo (che su quel territorio e quella fabbrica hanno evidentemente altri progetti).
Non solo, ma non sarebbe emerso l'aspetto più odioso della questione e cioè che l'imprenditore che ha acquisito la fabbrica per quattro soldi intende rottamarla e venderla a pezzi, disinteressandosi totalmente, non solo dei lavoratori coinvolti, ma anche dello stato di salute e di competitività dell'azienda, per trarne il più semplice e triviale dei profitti.
Queste caratteristiche rendono la vicenda esemplare e attribuiscono a quei lavoratori una responsabilità simbolica che va al di là del valore già estremo della loro lotta. Se passa l'esempio di lotta della Innse molte cose potranno cambiare. Per i lavoratori, per la Fiom, per la Cgil, per gli altri sindacati, per i soggetti politici che sostengono questa lotta e per gli altri, per la parte sana di questo paese. E se questo accadrà, sarà stato perché questi lavoratori e i sindacalisti che li hanno sostenuti, più di tanti raffinati maitres à penser , avranno saputo interpretare nella prassi la realtà del nostro tempo.
Una realtà dominata dal disinteresse e dalla narcosi indotti in masse sconfinate di popolo da decenni di attività di un sistema comunicativo capace di inondare i suoi interlocutori di una valanga di notizie e di immagini, una valanga in grado di inibire l'intelligenza e la capacità critica collettiva.
Una specie di ipoacusia culturale e morale ha finito così per colpire milioni di persone per bene, di lavoratori e di sfruttati che arrivano a ritrovare nell'emulazione del padrone (più spesso del padroncino, o del boss) l'unico possibile orizzonte di salvezza.
Ora i quattro saliti sul ponte carro e i loro compagni hanno saputo gridare così forte e bene le loro ragioni da perforare questa sordità, hanno messo in vibrazione le membrane timpaniche di chi non voleva o non arrivava a sentire. E' da questo esempio che non vogliamo enfatizzare, perché di tutto abbiamo bisogno fuorché di retorica e di autocompiacimento, che dobbiamo ri-partire.
Non si tratterà ovviamente di scalare tutte le gru dei nostri cantieri ma di capire l'essenza ("alla francese" come ha detto Ferrero) di questo esempio, per mettere in moto tutta la fantasia e la creatività di cui abbiamo disperatamente bisogno. Se questo lo sapremo fare, recupereremo sulla Lega, per lo meno per quanto attiene alla sua presa sulla classe operaia e, quello che più conta, l'autunno diventerà un'occasione imperdibile per riaprire una stagione di conflitti. Insomma ce la potremo giocare.
Ma l'esempio della Innse, comunque vadano le cose, presenta a considerare aspetti che vanno oltre la cronaca politica e sindacale, vanno oltre la contingenza, perché riassumono i dati fondamentali di una riflessione teorica di cui abbiamo la responsabilità. Per curiosa coincidenza è uscito pochi mesi fa un libro interessante di Mario Perniola che si intitola Miracoli e traumi della comunicazione (Einaudi, pp. 150, euro 10). Ebbene questo breve testo fornisce al lettore alcune chiavi di lettura del contemporaneo, di straordinaria attualità e consonanza con le vicende che stiamo trattando.
In particolare l'autore riflette su come, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso e avendo come principali episodi spartiacque le lotte studentesche del '68, la rivoluzione iraniana, la caduta del muro di Berlino e la strage delle Torri gemelle, la comunicazione - rafforzata all'ennesima potenza dalla tecno scienza - abbia finito per sostituirsi all'azione. Questo risultato sarebbe stato raggiunto attraverso la spettacolarizzazione televisiva di eventi che sarebbero apparsi come "miracoli" e "traumi" razionalmente ininterpretabili.
Il "sonno della ragione" cosi indotto avrebbe prodotto un deficit ideativo di massa, una perniciosa assuefazione al nonsenso e uno stato di aprassia collettiva. Un colossale processo di induzione di passività che si è tradotto nell' interruzione di qualsiasi azione possibile (tranne, aggiungo io, quella messa in atto da un imperialismo senza oppositori, dall'inselvatichimento capitalistico dei paesi dell'Est e dal terrorismo a sfondo religioso).
L'azione interdetta è stata quella della maggior parte dei viventi che non partecipano (ma nemmeno si oppongono) alle decisioni delle micro-oligarchie dominanti. Queste ultime, invece, hanno continuato l'azione anzi la devastazione del mondo. Devastazione talmente grave e pericolosa da consigliare qualcuno di molto influente fra i potenti del pianeta a cambiare parzialmente almeno strategia prima che fosse troppo tardi (questo, mi pare. possa aver prodotto l'affioramento del fenomeno Obama, di più e prima di qualsiasi sbocco filantropico e antirazzista).
Gli operai della Innse stanno coraggiosamente fornendo un esempio opposto rispetto al "non fare". Essi si sono re-impadroniti della possibilità di interferire con il proprio destino. Lo hanno fatto con un'azione che, anche sul piano estetico, è una magnifica opera d'arte concettuale. I quattro uomini volanti hanno già vinto.

Di Roberto Gramiccia, su Liberazione del12/08/2009
 



Scritto da Roberto Gramiccia| Articolo postato il 13-08-2009
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