Il ponte

Si rivede il realismo socialista. Quanti falsi pregiudizi

Ciò che ha scritto il Corriere della sera sulle due magnifiche mostre, "Realismi socialisti. Grande pittura Sovietica 1920-1970" e "Aleksandr Rodchenko" (Palazzo delle Esposizioni di Roma fino all'8 gennaio) è veramente molto significativo.

Se perfino il giornale storico della borghesia riconosce il valore dell'arte sovietica, arrivando intelligentemente - come ha fatto Francesca Bonazzoli - a richiamare i forti legami dei Realismi socialisti con la pittura sacra russa e l'arte del Rinascimento italiano, nonché i nessi con i movimenti di ritorno all'ordine europei e con il realismo statunitense, vuol dire proprio che considerare il realismo socialista una semplice appendice della macchina di propaganda dello Stato sovietico, d'ora in poi, sarà più difficile.

Naturalmente si continuerà a farlo, specie negli ambienti più beceri e anticomunisti, ma queste due mostre - è questo il loro merito principale - assestano un colpo formidabile alle sciocchezze che per decenni hanno rafforzato un senso comune globalmente e grossolanamente antisovietico. Uno pseudopensiero arrogantemente liquidatorio nei confronti di un'esperienza tanto gigantesca e complessa quanto contraddittoria, sia sul piano sociopolitico che su quello estetico. Una estetica, quella sovietica, considerata a torto monolitica, omogenea e completamente genuflessa dinnanzi alle esigenze propagandistiche del regime.

Ora, sin dal titolo, la mostra del Palazzo delle Esposizioni smentisce questa impostazione riferendosi non al Realismo ma ai Realismi socialisti e quindi richiamandosi, ab initio, a una gamma di stili che, pur uniformandosi ad un'arte che "deve essere compresa dal popolo" (come diceva Rosa Luxembourg prima di Zdanov), ispirandosi cioè ai "tipi reali" della vita concreta, fu in grado, tuttavia, di declinare un'amplissima e autonoma varietà di linguaggi.

Cercheremo di dimostrare l'originalità e gli eterogenei influssi internazionali assorbiti e reinterpretati dall'arte sovietica senza negare, evidentemente, l'influenza del potere costituito sull'arte di quel periodo in quel paese, influenza che per altro sempre si è espressa in ogni luogo e tempo. E allora procediamo con alcuni esempi pittorici che seguiranno la scansione temporale proposta dalla mostra.

Boris Kustodiev con il suo "Il bolscevico" evoca suggestioni chagalliane nei colori e nell'impianto visionario. Pavel Filonov nella sua "Formula del proletariato di Pietrogrado" dimostra di aver digerito la lezione cubista e quella futurista. Isaak Brodskij sorprende per la monumentalità e la perizia di stampo rinascimentale nella ricostruzione delle atmosfere del secondo congresso dell'Internazionale. Il primo Deineka e Jurij Pimenov parlano un linguaggio che rinvia alla Nuova Oggettività tedesca. Aleksandr Samochvalov imposta la sua "Donna controllore" come certe madonne in trono bizantine. Ancora Deineka nelle grandi scene di gruppo all'aperto e in interni sembra un Sironi schiarito e ottimista. Georgij Rublev, nel suo eccentrico ritratto di Stalin, fa pensare a Matisse e il Malevic degli "Sportivi" rinvia alla tradizione frontale delle icone bizantine. Impressionante l'analogia fra Anatolij Levitin e Bonnard. Come poderoso e originale è l'impatto emotivo di un'opera straordinaria come "Rialzando la bandiera" di Korzev.

E siamo già agli anni Sessanta. Del 1962 è "Geology" di Niconov, un olio su tela che sembra anticipare di vent'anni la nostra Transavanguardia. E ancora il Korzhev di vecchie ferite (1967) fa pensare al potente e carnale realismo di Lucian Freud. Fra tutte le opere esposte si contano non più di 3-4 ritratti di Stalin e un'unica opera di chiaro e decadente impianto apologetico, "Il ritratto del Maresciallo Georgij Zucov" di Vasilij Jakovlev.

Per il resto quello che si respira è il senso di una diffusa sincerità espressiva che non sembra quasi mai, per lo meno in questa selezione di dipinti, l'espressione di un mero "obbligo al fare sotto dettatura".

Sempre al primo piano del Palazzo delle Esposizioni è possibile ammirare una seconda rassegna che, raccontando la temperie del periodo delle Avanguardie, attraverso l'opera di Aleksandr Rodchenko (1891-1956) che ne fu protagonista assoluto, completa e integra opportunamente la mostra sui Realismi socialisti.

Pittura, design, grafica, teatro, cinema e soprattutto fotografia furono gli ambiti entro i quali la potenza innovativa di Rodchenko spezzò le barriere e i confini della tradizione. I suoi furono gli anni in cui lo sperimentalismo artistico coincise con la sperimentazione sociale. La voglia di cambiamento di Rodchenko si concentrò soprattutto sul mezzo fotografico, compiendo una vera e propria rivoluzione copernicana. L'obiettivo fotografico, infatti, da semplice strumento di registrazione statica della realtà, divenne un mezzo duttile ed impagabile per realizzare il progetto costruttivista di cui egli fu impareggiabile coautore.

La rivoluzione introdotta da Rodchenko nella fotografia è, senza esagerazioni, comparabile, a quella imposta dalla prospettiva lineare nella pittura del Rinascimento. Il ricorso alla composizione diagonale, in particolare, gli consentì di ottenere degli effetti dinamizzanti senza precedenti. I suoi sfocati progressivi e le inversioni orientative diventarono dei classici. Senza considerare l'originalità, l'anticonformismo e l'ironia dei suoi fotomontaggi.

Dal 1924 al 1954 si dipana l'intero universo fotografico che racconta l'Urss di Rodchenko. Ogni particolare è da lui ripreso da angolazioni imprevedibili e vertiginose. Le facciate degli edifici così come le scale antincendio, le ruote dentate delle officine, le manifestazioni sportive, le parate militari, gli spettacoli al Bolshoi e le atmosfere agrodolci del circo.

Non c'è dubbio che l'ansia modernista di Rodchenko, come quella geniale di Majakoskij (che fu spesso da lui ritratto) entrarono in conflitto col regime. Majakoskij si uccise, Rodchenko, lavorando con grande onestà intellettuale anche su se stesso, cercò di comprendere la complessità e la durezza del suo tempo senza risparmiarsi mai.

Per concludere, "Realismi socialisti" e "Aleksandr Rodchenko" sono due formidabili rassegne che compongono un'unica grande e imperdibile mostra. Uno dei principali fautori di questo evento, Emmanuele Emanuele, ha affermato: «Quella che viene proposta qui è una visione senza pregiudizi su mezzo secolo di storia artistica di una super potenza planetaria. Con l'idea di sottrarla alle interpretazioni svolte in chiave propagandistico-politica, di confutare una volta per tutte l'opinione di un realismo socialista stilisticamente monolitico e riconsiderarne la questione della qualità». Niente altro da aggiungere.

di Roberto Gramiccia, su Liberazione del 30/10/2011
 



Scritto da Roberto Gramiccia| Articolo postato il 01-11-2011
Invia un commento

Commenti:
Non ancora approvati: 2