Il ponte

Fine della primavera

Con la morte del tiranno - o con il suo linciaggio - la guerra civile in Libia e la «guerra umanitaria» della Nato è finita (anche se la Nato e i suoi capintesta: Francia, Gran Bretagna, Stati uniti, con l'Italia ad arrancare penosamente dietro, hanno già assicurato che ci resteranno anche dopo, a vegliare sulla vittoria e sui vincitori). Quella di Gheddafi era una fine annunciata.

E' stata una fine, ancorché brutale e oltraggiosa, decente, da beduino che non sarebbe scappato né si sarebbe arreso, come aveva pronosticato fin dall'inizio il vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, che lo conosceva bene.

Ma la fine di Gheddafi (...) non è, come molti diranno un altro anello della «primavera araba» cominciata in Tunisia e proseguita in Egitto. Al contrario. Quella catena - pronti a fare ammenda in caso di future smentite - in Libia si è spezzata, forse definitivamente.

Perché l'insurrezione libica non era, fin dal suo inizio, il 17 febbraio a Bengasi, per nulla simile a quella tunisina di dicembre e a quella egiziana di gennaio. In Tunisia ed Egitto erano state rivolte di massa e di popolo, soprattutto rivolte disarmate e pacifiche. La «Rivoluzione del 17 febbraio» in Libia, fin dal suo inizio, è stata un'insurrezione armata, armatissima, destinata inevitabilmente - a meno di una improbabile resa o fuga di Gheddafi, divenuta ancor più improbabile dopo l'intempestivo mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte penale dell'Aja - a trasformarsi in una sanguinosa e selvaggia guerra civile (altro che «mercenari africani»...).

Che con l'intervento dell'Onu e di quella che appare sempre più la sua «agenzia militare» - la Nato -, per quanto truccato da operazione «umanitaria a protezione dei civili», ha assunto immediatamente i connotati chiarissimi di un intervento di stampo neo-coloniale. Con ben altri obiettivi, politici ed economici, che la protezione dei civili libici: un regime change, in quanto il vecchio «cane matto» di Tripoli nonostante la sua riconversione all'occidente non era considerato affidabile per un paese-chiave, all'intersezione di Medio Oriente, Mediterraneo e Africa sub-sahariana; il petrolio, tanto, di ottima qualità e di facile estrazione; l'acqua del Grande fiume, abbondante e che presto varrà più del petrolio.

Lo sfrenato e sospetto attivismo (basti pensare al ruolo di un personaggio come il frusto nouveau philosophe Bernard-Henri Levy) di Francia e Inghilterra ha rimandato, per chi ha un briciolo di memoria, all'avventura anglo-francese del '56 contro il canale di Suez e l'Egitto di Nasser, piuttosto che a un'operazione di croce rossa internazionale

L'ondata democratica che si è levata dal Maghreb al Mashreq è stata presa a pretesto dalla Nato e dall'occidente per liberarsi di un personaggio scomodo non in quanto impresentabile (si dovrebbero organizzare «operazioni umanitarie in mezzo mondo...) ma in quanto inaffidabile, in un paese «strategico».

E quella libica non è stato un nuovo capitolo nel dramma ancora inconcluso e dal finale incerto della «primavera araba», ma un'insurrezione non solo armata ma etero-diretta (senza nulla togliere alla partecipazione generosa e in molti casi eroica di tanti giovani «rivoluzionari» libici, chi sembra emergere finora dal fumo della vittoria sono o vecchi residuati del gheddafismo che hanno cambiato cavallo in corsa, o personaggi legati a filo doppio e triplo agli sponsor americani e francesi, o quegli stessi islamisti, e perfino ex -ex?- jiahdisti e qaedisti, che il laico Gheddafi faceva a fette con la benedizione dell'occidente).

Non è un caso che la «guerra umanitaria» sia iniziata nella notte del 19 marzo, poche ore dopo che la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza aveva autorizzato «la protezione dei civili», con i caccia francesi a sganciare missili sul compound di Bab al-Aziziya a Tripoli dove si sperava di far secco Gheddafi al primo colpo. Né che sia finita, ieri mattina, con una delle migliaia di raid aerei della Nato sul convoglio in fuga da Sirte (a proposito: dov'era l'Onu, chi ha protetto la popolazione civile della città sotto assedio e bombardamenti continui degli insorti per oltre un mese d'inferno?) che, con ogni probabilità e fino a prova contraria, è stato quello che alla fine ha «beccato» il Colonnello.

Meglio che sia finita così. Per tutti. Per gli insorti, che dicevano di volerlo mandare sotto processo nella «nuova Libia» ma forse si sarebbero trovati un po' imbarazzati dal fatto di essere - molti - ex gehddafiani doc. Per gli sponsor occidentali che dicevano di volerlo mandare alla Corte penale internazionale ma forse si sarebbero trovati leggermente in imbarazzo nel momento in cui l'imputato Gheddafi avesse ricordato i baciamano e i salamelecchi con cui fino a qualche mese fa lo trattavano e ricevevano quegli stessi che ora l'accusavano in nome dei diritti umani. Forse meglio perfino per la Cpi dell'Aja che in pochi anni ha perso ogni credibilità nella sua trasformazione in una Corte penale dell'occidente rivolta solo contro i cattivi d'Africa o ex-Jugoslavia, un tribunale dei vincitori per giudicare i vinti di poco conto

Con la morte del tiranno Gheddafi è morta anche la primavera araba, anche se venisse rispettato il cronogramma presentato dai vincitori - il governo transitorio entro un mese, l'assemblea costituente entro 8 mesi, una costituzione ed elezioni «libere» all'inizio del 2013 - e se alla fine «la nuova Libia» divenisse un paese «democratico», senza il temuto spettro islamista a gravare sul suo futuro.

Sembra una contraddizione ma non lo è. Era lampante che dopo essere «passata» in Tunisia ed Egitto, dopo la caduta dei tiranni Ben Ali e Mubarak, se l'ondata liberatrice e democratica fosse passata anche nella Libia di Gheddafi, niente e nessuno avrebbe più potuto fermarla. Dopo la Libia, la Siria, e poi giù dritta nel cuore della penisola arabica: lo Yemen, il Bahrein, il Qatar e le altre petro-monarchie del Golfo, fino in fondo: l'Arabia saudita, il vero obiettivo di ogni movimento di liberazione degno di questo nome. Tutti paesi e paesucoli gonfi di petrolio e di dollari, quasi sempre inventati dalle vecchie potenze coloniali - Gran Bretagna, Francia, Stati uniti - e regalati a sceicchi, emiri e re, legati contemporaneamente all'Islam più retrogrado e all'occidente più democratico, con il petrolio a fare da garanzia

Si spiega così il ruolo sfacciato del Qatar (e della sua al Jazeera, troppo mitizzata e «caduta» sul fronte libico) nella guerra contro Gheddafi.

La primavera araba è morta in Libia, nel linkage perverso fra le petro-monarchie feudali del Golfo e l'occidente democratico accorso a salvare i valori della democrazia e dell'umanità per salvare i valori del petrolio.

di Maurizio Matteuzzi su il manifesto del 21/10/2011
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Intervista allo storico Angelo Del Boca, biografo di Gheddafi.
L'uccisione di Muammar Gheddafi è già un «giallo». «Grazie alla nostra offensiva», rassicura un portavoce del Cnt, e un altro precisa «era ferito alle gambe, non sparate ha gridato, è stato portato a Misurata e nel trasporto è morto», «Ferito alle gambe e colpo mortale alla testa» cambia versione un altro comandante degli insorti, «No, l'ho visto su un cellulare, era vivo al momento della cattura» testimonia Tony Birtley inviato di Al Jazeera. Poi la conferma della versione più credibile: sono stati i cacciabombardieri o gli elicotteri Nato che hanno colpito a più riprese il convoglio di decine di macchine che, con quella di Gheddafi, provava a forzare il blocco prima verso Bengasi poi verso Misurata. Un convoglio che ha continuato a combattere fino alla fine. Sulla morte del raìs abbiamo rivolto alcune domande allo storico del colonialismo Angelo Del Boca, biografo di Gheddafi.

TDF Quale idea ti sei fatto degli avvenimenti che hanno portato alla morte di Gheddafi?

Angelo Del Boca Nella confusione totale un dato è certo: Gheddafi, uomo che veniva dal deserto e che per 42 anni ha retto un paese tribale come la Libia, è morto ed è morto ucciso. Ancora non sappiamo bene se a stroncare la sua vita sono stati gli insorti in combattimento oppure, com'è più credibile, uno degli undicimila attacchi aerei della Nato che hanno fatto la differenza. Noi propendiamo per questa più veritiera versione, perché il modo di combattere degli insorti è sempre stato molto impreciso, casuale e a volte addirittura ridicolo. E senza i raid della Nato gli insorti non avrebbero prevalso. Se sono stati gli aerei o gli elicotteri dell'Alleanza atlantica a conquistare questa vittoria che dovrebbe mettere fine ad una guerra che doveva durare «poche settimane» ed è invece durata otto mesi, dobbiamo dire che la Nato ha fatto una brutta figura. Sperperando il denaro del contribuente occidentale che dovrebbe essere prezioso dentro il baratro della crisi finanziaria. Quando si faranno i calcoli precisi si scoprirà che sono state gettate sulla Libia, «per proteggere i civili», dalle 40 alle 50.000 bombe ovviamente intelligenti, che oltre a stragi silenziose hanno provocato la devastazione del territorio anche per il futuro.

TDF C'è un giornalista libico, Mahmoud al-Farjani che ha raccolto la testimonianza dei miliziani del Cnt che avrebbero trovato il corpo, e che dicono che «ha combattuto fino alla fine, aveva segni di ferite alle gambe e al busto»...

ADB L'ho detto fin dal primo giorno di guerra. Gheddafi non era l'uomo che poteva prediligere la fuga né un compromesso. Poteva soltanto morire con un'arma in mano. Da questo punto di vista, ha fatto la morte che voleva. E le modalità della sua uccisione rischiano anche di trasformarlo in un mito, anche perché non ci sono molti altri esempi in giro.

TDF L'uccisione in combattimento di Gheddafi facilita la pacificazione della Libia?

ADB Assolutamente no. Perché la Libia è distrutta, è un paese tutto da ricostruire, con gli arsenali di armi abbandonati e rivenduti al miglior offerente. Parlare di normalizzazione della Libia è a dir poco un termine impreciso. E tutto quello che era stato fatto per bloccare la deriva dell'integralismo islamico è andato in fumo. Mi sembra che se ne sia accorta perfino la signora Clinton perché ora vuole inviare soldati per cercare tutte queste armi sparite. Altro che pacificazione, sono troppi gli odi e le vendette che sono state accese. È stata una vera guerra civile, perché non erano poche migliaia di persone quelle schierate con Gheddafi ma centinaia di migliaia. E non è ancora finita, l'odio seminato dalla presenza neocolonialista dell'Occidente provocherà ancora scontri e vittime. Proprio nel ricordo del giovane ufficiale che nel '69 fece una rivoluzione senza spargere sangue.

TDF Ora vediamo gli spari di gioia degli insorti e il titolo televisivo è che tutti i libici festeggiano...

ADB Chi festeggia davvero, visto che la violenza repressiva di Gheddafi per gran parte si è riversata nel tempo contro rivolte interne spesso collegate a interessi occidentali ma soprattutto, e per conto dell'Occidente, contro gli integralisti islamici (vedi il massacro di Abu Salim del 1996). Mentre restano incerti, a partire da Lockerbie, le stragi terroristiche che alla fine la leadership di Gheddafi si era accollate proprio quando emergevano ben altre responsabilità. Per Lockerbie, per esempio e lo sanno tutti, quelle dell'Iran per ritorsione all'abbattimento di un aereo civile iraniano ad opera della Marina militare Usa.

I leader occidentali tirano un sospiro di sollievo... Nel centenario dell'occupazione coloniale della Libia, La Russa e Frattini - ricordiamoci che il nostro ministro degli esteri indicava in Gheddafi «l'esempio da seguire per tutta l'Africa» - sono entusiasti, doppia esultanza per Sarkozy che nello stesso giorno diventa padre ed eroe, e per Hillary Clinton che forse più di Obama si è spesa per questa guerra. Alla fine Ronald Reagan, che più volte provò ad assassinare il Colonnello libico, ha avuto ragione...

Tommaso Di Francesco

Dal deserto alla storia.
Figlio di nomadi analfabeti, nato in una tenda nei dintorni di Sirte, ha guidato il paese per 42 anni. Il 31 agosto 1969, un capitano di 27 anni legge un comunicato del Comando della rivoluzione, composto da 12 giovani ufficiali libici di tendenze panarabe filo-nasseriane. Si chiama Muammar Gheddafi. È nato in una tenda nel deserto di Sirte, figlio di nomadi analfabeti membri della tribù dei Qaddafia. Guida i Liberi ufficiali unionisti che combattono l'anziano re Idriss al Senoussi, succube di Usa e Francia). Ha frequentato la scuola coranica di Sirte, il suo idolo è il raìs egiziano Nasser. Nel '68 è entrato all'Accademia militare di Bengasi e poi in Inghilterra ed è arrivato al al grado di capitano. Il 1 settembre, dopo un golpe incruento, Gheddafi prende Tripoli e proclama la Repubblica di resterà «la Guida» per 42 anni col grado di colonnello. Nell'ottobre 1970, per cancellare ogni traccia del colonialismo italiano in Libia, espelle dal paese gli italiani.
Nel 1976, enuncia i suoi principi politici e filosofici nel Libro verde della rivoluzione: una «terza via» che corregga gli errori di capitalismo e marxismo. L'anno dopo nasce la Jamahiriya, «lo stato delle masse», in cui il popolo dovrebbe esprime il proprio autogoverno attraverso «comitati popolari». Democrazia diretta in alternativa a quella «finta» occidentale. Sui comitati popolari e su quelli rivoluzionari il Colonnello baserà l'ossatura del suo potere (anche se lui dice di non avere più nessuna carica pubblica ufficiale). Nemico di un islam politico, promuove i diritti della donna. Su queste basi e sulla ricchezza petrolifera del paese, sviluppa il welfare interno e finanzia diversi movimenti di liberazione: dall'Ira in Irlanda, ai gruppi palestinesi radicali. Sopravvive a numerosi tentativi di attentato. Nel dicembre '79, gli Usa iscrivono la Libia fra i paesi filo-terroristi. Nell'aprile 1986, il presidente Usa Ronald Reagan bombarda Tripoli e Bengasi. Il Colonnello, avvisato dall'Italia di Craxi e Andreotti, si salva. Per ritorsione la Libia lancia due missili contro la stazione radio Usa su Lampedusa. Nel marzo '92 l'Onu decide l'embargo aereo e sanzioni contro la Libia. A marzo del 99, Gheddafi, dopo la mediazione di Mandela, annuncia che i sospettati dell'attentato di Lockerbie potranno essere processati in Scozia. Intanto, i gruppi islamici radicali radicati in Cirenaica, vengono repressi nel sangue. A marzo del 2001 il Colonnello è tra i principali sostenitori (e finanziatori) della nascita dell'Unione africana, con l'unificazione dell'Africa come obiettivo. Ma, per liberarsi dalle sanzioni Gheddafi cerca di riavvicinarsi agli Usa ed europei. Nell'agosto 2003, s'impegna a risarcire le famiglie delle vittime di Lockerbie (volo PanAm, dicembre 1988, 270 morti). Nel dicembre 2003, dopo la guerra in Iraq, Gheddafi annuncia lo smantellamento del programma nucleare libico. S'impegna nella lotta contro l'immigrazione «clandestina» e contro il «terrorismo». A giugno 2006, gli Usa cancellano la Libia dalla lista nera. Il 30 agosto 2008, firmato il trattato di amicizia italo-libico, che dovrebbe sancire la fine del contenzioso coloniale. A settembre 2008, il segretario di stato Condoleezza Rice visita la Libia. Era da 55 anni che un capo della diplomazia Usa non metteva piede in Libia. Ma a febbraio 2011, esplode a Bengasi la rivolta.

 



Scritto da autori vari| Articolo postato il 21-10-2011
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